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domenica 26 agosto 2012

Liriche delle Tenebre -1-

Non è il vento che smuove gli alberi
e canta nella notte a seguire i tuoi passi.

Non gli ululati dei lupi 
a scuotere il tuo cuore.

Né la civetta con i suoi versi oscuri 
ad osservarti nel buio...

Cammina più veloce e non farai altro che spronarli alla corsa..

Guardati le spalle e loro volteggeranno
insidiosi e beffardi nascondendosi nella coda degli occhi

Parla a voce alta e loro ti risponderanno con il frinire delle cicale.

Chiudi la mente al loro richiamo 
e loro grideranno più forte

Perché nelle tenebre attendono,
dentro un tronco cavo o nel letto di un ruscello..

Attendono con volti ghignanti
e occhi gialli resi famelici dalla tua paura

Creature del buio, come rami secchi e farfalle moribonde..

Su carri di bronzo trainati da pipistrelli prenderanno la tua anima in un battito di ali nel buio.

mercoledì 25 aprile 2012

La Caduta dei Cieli


Sotto un cielo nero come la pece aspettiamo in silenzio.
Stretti, impauriti e raffreddati con le stelle che ci  osservano negli ultimi attimi di vita.
Stringo lei che è tutta la mia vita e so che saremmo stati felici se solo non fossimo vissuti in questo malaugurato tempo in cui l’universo ha deciso di chiudere il sipario.
“Ultimo spettacolo!” sembra di udirlo mentre si chiude su se stesso.
Gli scienziati pensavano che non potesse essere possibile.
Sono stati i maghi, gli indovini, i sacerdoti di culti dimenticati ad avvertirci.
E noi, nella nostra arroganza e superficialità li abbiamo chiamati bugiardi, sciocchi e corrotti.
Ed eccoci qui.
Tremanti, radunati, come se insieme potessimo affrontare più serenamente quel che verrà, assaporiamo gli ultimi attimi di una vita che ci è stata tolta per capriccio.
Abbiamo vissuto in un sogno che pensavamo non fosse il massimo ma ora, sull’orlo del risveglio di un Dio Universale, ci aggrappiamo con tutte le forze a quegli ultimi attimi che mai più nessuno vivrà.
E’ strano, non pensavo che potessimo affrontare la fine con questa calma.
La rassegnazione forse ha spazzato ogni speranza dai nostri cuori.
Magari qualcuno è incredulo ancora, nonostante i segnali che ci sono stati dati e nonostante la scienza si sia arresa all’evidenza che solo una realtà composta da immagini e da sognatori coraggiosi poteva darci.
In questi ultimi istanti mi chiedo se in qualche mondo lontano, qualche alieno sia stretto intorno alla sua ragazza preso dalle stesse paure e dagli stessi dubbi.
Improvvisamente mi chiedo se ho chiuso il gas o ho chiuso la porta prima di uscire..
Curioso come in una morte tanto solenne e unica si possa continuare ad essere tanto banali.
Improvvisamente i nostri pensieri sono interrotti da un boato.
Sordo, secco e inaspettato.
Le stelle cadono su di noi e non possiamo far altro che trattenere stringerci per non avere paura di fronte all’ultimo respiro dell’universo e alla caduta dei cieli. 

domenica 19 febbraio 2012

I Racconti dell'Oblio- Prologo

Raccontino che sto scrivendo, questo è l'inizio.


***
PROLOGO

Guidare di notte mi ha sempre fatto riaffiorare i ricordi più dolorosi.
Fu in una notte come questa che perdetti lei, la mia Angelica, una notte fatta di stelle e pioppi che davano sulla strada.
Persi lei e la parte migliore di me in quello squarcio di tenebra che dava sull'abisso.
Giocammo con forze più grandi di noi, al di là di ogni immaginazione quella notte.
Nonostante la cura con cui preparammo il rito i sigilli si spezzarono e il demone che per gioco avevamo evocato apparve e si portò via l'unica ragione della mia vita e, per quanto mi riguardava, l'unica motivo per cui, tutto sommato, valeva la pena che nessun dio misericordioso avesse spazzato via questo ammasso di terra casa di una umanità delirante e malvagia.
Mi ritrovai solo e disperato, soffocato dal dolore con le stelle uniche testimoni dello spettacolo mostruoso a cui avevo assistito.
Le stelle.. le perpetue spettatrici indifferenti delle tragedie dell'umanità.
E' passato un anno da quel giorno, un anno in cui ogni momento ho pensato a lei, al suo sorriso, ai suoi capelli dorati e ai suoi occhi preziosi... lei era tutto per me eppure non sono riuscito a proteggerla.
L'amore, il calore, l'abbraccio di persone amiche.. non sono più niente per me.
Mi muovo come uno spettro, sono un guscio vuoto che rotola verso un infame destino.
Stanotte ho deciso che le cose finiranno una volta per tutte proprio là dove ho perso lei.
Guido con il senso di onnipotenza di chi è già condannato a morire.
Percorro i tornanti senza timore di poter precipitare di sotto, il freno non ricordo nemmeno come usarlo, con una sicurezza mai conosciuta prima mi dirigo dove Angelica ed io ci ricongiungeremo una volta per tutte.
Riconosco il posto.
Gli alberi, le rocce persino i sassi mi sembra che siano nella stessa posizione di quel giorno, come se il mondo stesso si fosse fermato sconvolto dall'orrore che si materializzò davanti ai nostri occhi.
Non ho il coraggio di farmi saltare la testa o impiccarmi.
Ho deciso di morire dolcemente, opportunità che non è stata concessa ad Angelica, e per questo mi sono portato dietro una discreta scorta di sonniferi.
Preparo la dose e mando giù sicuro che tutto sommato una morte così è meglio di tante altre.
Chiudo gli occhi, le stelle che mi fissano ancora ansiose di vedere l'epilogo, l'atto finale della mia esistenza.
Realizzo che tutto sommato i demoni non sono altro che portali a loro volta, portali per dimensioni di orrore forgiate nella nostra paura e nel nostro terrore.
Sento il sonno mortale cingermi e appesantirmi le membra mi addormento sicuro che non riaprirò mai più gli occhi.
Apro gli occhi.
Davanti a me una dimensione celestiale eppure reale.
Ho cercato l'oblio per dimenticare.
Ho trovato Oblio, la città dei viandanti fantasmi, il regno sotterraneo costruito dalle ossa dalle ossa dei vivi di ogni tempo, la Venezia Spettrale dove tetri gondolieri trasportano i trapassati.
Oblio, regno dei morti ma vivo più che mai.


giovedì 16 febbraio 2012

Maledetti Vampiri


Questo è un breve racconto che scrissi tempo fa.
E' del genere dieselpunk (come lo steampunk è una ucronia solo che con una tecnologia simile a quella degli anni 30-40-50 più o meno) con qualche influsso horror.


***
Il cielo è grigio.
Ha un non so che di metallico mentre lo guardo.
Le nubi perpetue che escono dalle ciminiere delle industrie alla fine hanno vinto sul sole.
Sono anni ormai che non si vede più un raggio solare trapassare la corazza di particelle.
Il tasso di suicidi è aumentato vertiginosamente, le piante che ci nutrono ormai crescono solo in enormi serre, sorvegliate dal governo.
Gli alti palazzi svettano come torri nere su una terra malata e morente, monumenti metallici e di cemento della follia umana.
La Fortezza dell'Etere non è più visibile la notte come quando una volta solcava la volta celeste.
Le notizie che ci giungono dall'insediamento spaziale dicono che la terra ormai è circondata da una coltre spessa qualche kilometro, impossibile da spazzare via.
Ma quel che è peggio è che abbiamo risvegliato loro..l'antica razza sotterranea che popolò la terra in un'epoca in cui il sole era già stato oscurato.
Pallidi, con occhi scuri e profondi capaci di vedere oltre le tenebre, alati come pipistrelli e assetati di sangue.
Vengono in stormi, pronti a rapire sfortunati con la loro forza e velocità sovraumana e il loro gran numero.
All'inizio provammo ad abbattterli con la contraerea ma erano troppi.
Per quanti ne uccidevamo tornavano sempre in gran numero pronti a razziare la nostra città.
Maledetti vampiri.
Fu quando la situazione divenne insostenibile che i grandi piloti, veterani delle passate guerre vennero chiamati per reclutare noi ragazzini sbarbati.
Ricordo il primo giorno di addestramento, pensai di salire subito su un aereo e far vedere a quei bastardi quanto valevo ma mi sbagliavo.
Esercizi fisici e  un mucchio di teoria, lezioni su come orientarsi in un cielo plumbeo e senza stelle, meditazione per imparare a rimanere freddi e calcolatori anche nelle situazioni più disperate e per non cedere al senso di claustrofobia che poteva attanagliarti nell'aereo.
Poi cominciarono le esercitazioni con l'aereo.
Ricordo ancora la gioia che provai la prima volta che sentii il rombo del motore ad elica del mio aereo.
Erano aerei usati nella guerra precedente riverniciati con tinte urbane e armati con mitraglitrici, cannoni leggeri, lanciafiamme e arpioni adatti a massacrare le bestie alate.






Le sirene hanno cominciato la loro sinfonia di dolore a cui seguiranno le grida strazianti delle bestie e delle vittime.
Bevo un utlimo goccetto, preparo i sigari e li metto in una tasca per quando finirà la missione.
Il giubbotto di pelle nera mi aspetta sulla sedia, lo prendo e mi avvio verso la pista.
Il mio squadrone, i le ali di acciaio, è composto da 15 piloti.
Tutti sono più giovani di me io ormai sono un veterano, dall'alto dei miei 28 anni.
Finiti i formalismi militari saliamo sui nostri aerei pronti al massacro.
Mentre salgo ed entro nel cockpit non posso fare a meno di provare un immenso affetto per il mio destriero metallico.
Lo scoppiettio dell'avvio del motore mi porta via dai miei pensieri romantici.
Il gruppo, in formazione, parte compatto e decolliamo come angeli in assetto da guerra pronti ad annunciare la morte ai dannati mostri.



giovedì 3 novembre 2011

I miti Nordici

Non posso crederci.. dopo tanto cercare e tanta frustrazione per le ricerche mai andate a buon fine... finalmente ho trovato un corposo volume sui miti nordici!
Ho cominciato la lettura, ma sto procedendo lentamente perchè sto finendo un libro e non vorrei toglierli il tempo che gli spetta.
Si prospetta una lettura estremamente interessante, l'ideale per approfondire ancora di più la mia conoscenza degli Asi e dei 9 mondi.
Questa è la copertina del libro.


Devo dire che l'unico difetto del libro, per ora, sembra essere il prezzo abnorme (ben 30 euro).

venerdì 22 luglio 2011

Un mio racconto su Conan incompiuto ancora

Ecco l'inizio di un racconto che ho cominciato a scrivere tempo fa e che ancora non ho finito.

PARTE I



Nella valle più profonda coperta dalla vegetazione della giungla, sepolte e assopite giacciono le rovine di un tempio più antico degli uomini stessi.
Rocce scure stese su un manto verde, avvolte da liane e strette da radici, tutto quel che resta di un antico popolo il cui nome è stato dimenticato.
Conan, con la spada già macchiata di sangue, gli occhi che scrutavano nell'oscurità della foresta e i sensi vigili, come una pantera a caccia si muoveva nell'ombra.
Cercava qualsiasi traccia potesse aver lasciato Batius, il farabutto con cui si era imbarcato nell'impresa di trovare l'antico tempio, in cerca di tesori di inestimabile valore.
Dopo aver trascorso settimane insieme, inoltrandosi in luoghi remoti, che il cimmero non aveva mai visto, una volta arrivati nel tempio, Batius, accecato dall'avidità lo aveva stordito con una pietra.
Il cranio del barbaro era ancora chiazzato del sangue che ormai si era rappreso.
Conan non sapeva quale follia avesse indotto il suo amico a tradirlo, quello di cui era sicuro è che non avrebbe mai affrontato un viaggio del genere se non si fosse fidato dell'altro.
Per di più, Batius, aveva anche rapito la loro guida, l'innocente figlia del capo di una tribù locale in cui avevano trovato una mappa che li potesse condurre al tempio.
Le urla della ragazza avevano avvertito gli indigeni che, non sapendo del tradimento di Batius, adesso inseguivano anche Conan e, non fosse stato per l'acciaio della sua spada, lo avrebbero già catturato e sottoposto ai terribili veleni della foresta, pericolosi e infidi quasi quanto il loto nero.
Dopo essersi assicurato che fosse solo, Conan rinfoderò la spada che impugnava, desideroso di riporla nel ventre di Batius.
Ora che poteva ragionare in modo più lucido, non perse tempo a rendersi conto della bellezza delle rovine che lo circondavano.
Grandi massi di roccia nera, simile ad ossidiana ma opachi, uscivano dal verde, e mostravano la loro bellezza: erano lisci e ben lavorati, incisi con caratteri antichi che il cimmero non pensava di aver mai visto prima.
Alcune strutture si reggevano su strani equilibri permettendo di riconoscere  la grande abilità degli scultori.
In fondo a un viale decorato con colonne, sprofondava l'entrata del tempio sotterraneo.
Il cimmero si avvicinò con cautela , senza emettere un rumore, timoroso non solo del traditore ma anche che ci potessero essere antiche trappole, innescate per tenere lontani ospiti indesiderati.
Ogni passo fu pesato con precisione dal cimmero, e scalino dopo scalino si avvicinò finalmente all'entrata.
Non potè fare a meno di notare che il pesante masso che costituiva la porta della galleria, con equilibri perfetti ruotava senza fatica, e si poteva facilmente vedere che qualcuno lo aveva smosso da poco.
Una freccia dagli alberi interruppe i suoi pensieri e, nel momento stesso in cui capì di essere stato raggiunto dai guerrieri della tribù, vide arrivare un paio di guerrieri armati con lance e scure di bronzo.
Il più vicino dei due scagliò la sua lancia in direzione del cimmero, ma il gesto fu troppo lento e Conan, con un agile balzo, riuscì ad evitare il colpo.
Sguainò la spada con un gesto che aveva già fatto innumerevoli volte, pronto a mietere le sue vittime.
Il cimmero si apprestò a combatterli, conscio del fatto che i 2 volevano solo recuperare la loro principessa, ma il suo spirito di sopravvivenza era così forte che nononstante l'equivoco li avrebbe uccisi senza esitare.
Fu raggiunto da un colpo di lancia che lo graffiò leggermente a una spalla, in compenso, il colpo che diede in risposta, dilaniano le carni del suo avversario.
Nel frattempo, il guerriero che aveva scagliato la lancia si avvicinò al cimmero fendendo l'aria con la scure.
I due cominciarono a lottare in modo forsennato, consci del fatto che solo uno sarebbe sopravvissuto.
Improvvisamente Conan, vedendo uno spiraglio nella difesa dell'avversario, lo costrinse a indietreggiare in modo scomposto con un calcio e, caricando con la spada, gli squarciò il ventre con un colpo di punta.
L'avversario cadde con la testa all'indietro da cui già uscivano fiotti di sangue.
Senza nemmeno ripulire la lama il cimmero la rinfoderò sbrigandosi ad entrare nel tempio, conscio del fatto che l'arciere, che aveva cercato di ucciderlo prima, era ancora vivo e, probabilmente, era già andato a chiamare il resto della tribù.
L'interno delle rovine erano oscure, ma non come ci si potrebbe aspettare da un luogo chiuso che non vede la luce del sole da migliaia di anni.
Una sottile luminescenza verde permetteva di vedere i contorni dei muri, il profilo degli scalini e i grotteschi volti delle statue.
Vedendole Conan rabbrividì, pensando alle leggende sugli uomini serpente, abitanti antichi della terra ben prima che gli esseri umani potessero mettervi piede, e ai racconti popolari che li volevano ancora non estinti, riuniti in piccole società segrete, il cui unico scopo era quello di causare il massimo danno alla razza umana e di restaurare i loro antichi imperi.
Dopo molto camminare Conan giunse ad una larga sala circolare la cui particolarità era quella di avere un'apertura circolare che dava verso il cielo, permettendo così alla luce del sole di entrare e di oscurare con il suo baglieore la luce verdognola che lo aveva guidato fino ad allora.
Al centro una pozza di acqua piovana da cui spuntava una grande statua, che disturbò Conan ben più delle altre.
La statua raffigurava infatti una donna alta e forte, dai lunghi capelli sciolti, gli occhi ardenti e la pelle levigata.
La donna era coperta di serpenti, che la cingevano in un abbraccio innaturale e disgustoso.
La perizia con cui erano scolpiti i serpenti era tale, da far pensare a Conan che potessero essere veri e non semplici statue prive di vita.

Nella valle più profonda coperta dalla vegetazione della giungla, sepolte e assopite giacciono le rovine di un tempio più antico degli uomini stessi.
Rocce scure stese su un manto verde, avvolte da liane e strette da radici, tutto quel che resta di un antico popolo il cui nome è stato dimenticato.
Conan, con la spada già macchiata di sangue, gli occhi che scrutavano nell'oscurità della foresta e i sensi vigili, come una pantera a caccia si muoveva nell'ombra.
Cercava qualsiasi traccia potesse aver lasciato Batius, il farabutto con cui si era imbarcato nell'impresa di trovare l'antico tempio, in cerca di tesori di inestimabile valore.
Dopo aver trascorso settimane insieme, inoltrandosi in luoghi remoti, che il cimmero non aveva mai visto, una volta arrivati nel tempio, Batius, accecato dall'avidità lo aveva stordito con una pietra.
Il cranio del barbaro era ancora chiazzato del sangue che ormai si era rappreso.
Conan non sapeva quale follia avesse indotto il suo amico a tradirlo, quello di cui era sicuro è che non avrebbe mai affrontato un viaggio del genere se non si fosse fidato dell'altro.
Per di più, Batius, aveva anche rapito la loro guida, l'innocente figlia del capo di una tribù locale in cui avevano trovato una mappa che li potesse condurre al tempio.
Le urla della ragazza avevano avvertito gli indigeni che, non sapendo del tradimento di Batius, adesso inseguivano anche Conan e, non fosse stato per l'acciaio della sua spada, lo avrebbero già catturato e sottoposto ai terribili veleni della foresta, pericolosi e infidi quasi quanto il loto nero.
Dopo essersi assicurato che fosse solo, Conan rinfoderò la spada che impugnava, desideroso di riporla nel ventre di Batius.
Ora che poteva ragionare in modo più lucido, non perse tempo a rendersi conto della bellezza delle rovine che lo circondavano.
Grandi massi di roccia nera, simile ad ossidiana ma opachi, uscivano dal verde, e mostravano la loro bellezza: erano lisci e ben lavorati, incisi con caratteri antichi che il cimmero non pensava di aver mai visto prima.
Alcune strutture si reggevano su strani equilibri permettendo di riconoscere  la grande abilità degli scultori.
In fondo a un viale decorato con colonne, sprofondava l'entrata del tempio sotterraneo.
Il cimmero si avvicinò con cautela , senza emettere un rumore, timoroso non solo del traditore ma anche che ci potessero essere antiche trappole, innescate per tenere lontani ospiti indesiderati.
Ogni passo fu pesato con precisione dal cimmero, e scalino dopo scalino si avvicinò finalmente all'entrata.
Non potè fare a meno di notare che il pesante masso che costituiva la porta della galleria, con equilibri perfetti ruotava senza fatica, e si poteva facilmente vedere che qualcuno lo aveva smosso da poco.
Una freccia dagli alberi interruppe i suoi pensieri e, nel momento stesso in cui capì di essere stato raggiunto dai guerrieri della tribù, vide arrivare un paio di guerrieri armati con lance e scure di bronzo.
Il più vicino dei due scagliò la sua lancia in direzione del cimmero, ma il gesto fu troppo lento e Conan, con un agile balzo, riuscì ad evitare il colpo.
Sguainò la spada con un gesto che aveva già fatto innumerevoli volte, pronto a mietere le sue vittime.
Il cimmero si apprestò a combatterli, conscio del fatto che i 2 volevano solo recuperare la loro principessa, ma il suo spirito di sopravvivenza era così forte che nononstante l'equivoco li avrebbe uccisi senza esitare.
Fu raggiunto da un colpo di lancia che lo graffiò leggermente a una spalla, in compenso, il colpo che diede in risposta, dilaniano le carni del suo avversario.
Nel frattempo, il guerriero che aveva scagliato la lancia si avvicinò al cimmero fendendo l'aria con la scure.
I due cominciarono a lottare in modo forsennato, consci del fatto che solo uno sarebbe sopravvissuto.
Improvvisamente Conan, vedendo uno spiraglio nella difesa dell'avversario, lo costrinse a indietreggiare in modo scomposto con un calcio e, caricando con la spada, gli squarciò il ventre con un colpo di punta.
L'avversario cadde con la testa all'indietro da cui già uscivano fiotti di sangue.
Senza nemmeno ripulire la lama il cimmero la rinfoderò sbrigandosi ad entrare nel tempio, conscio del fatto che l'arciere, che aveva cercato di ucciderlo prima, era ancora vivo e, probabilmente, era già andato a chiamare il resto della tribù.
L'interno delle rovine erano oscure, ma non come ci si potrebbe aspettare da un luogo chiuso che non vede la luce del sole da migliaia di anni.
Una sottile luminescenza verde permetteva di vedere i contorni dei muri, il profilo degli scalini e i grotteschi volti delle statue.
Vedendole Conan rabbrividì, pensando alle leggende sugli uomini serpente, abitanti antichi della terra ben prima che gli esseri umani potessero mettervi piede, e ai racconti popolari che li volevano ancora non estinti, riuniti in piccole società segrete, il cui unico scopo era quello di causare il massimo danno alla razza umana e di restaurare i loro antichi imperi.
Dopo molto camminare Conan giunse ad una larga sala circolare la cui particolarità era quella di avere un'apertura circolare che dava verso il cielo, permettendo così alla luce del sole di entrare e di oscurare con il suo baglieore la luce verdognola che lo aveva guidato fino ad allora.
Al centro una pozza di acqua piovana da cui spuntava una grande statua, che disturbò Conan ben più delle altre.
La statua raffigurava infatti una donna alta e forte, dai lunghi capelli sciolti, gli occhi ardenti e la pelle levigata.
La donna era coperta di serpenti, che la cingevano in un abbraccio innaturale e disgustoso.
La perizia con cui erano scolpiti i serpenti era tale, da far pensare a Conan che potessero essere veri e non semplici statue prive di vita.


Nella valle più profonda coperta dalla vegetazione della giungla, sepolte e assopite giacciono le rovine di un tempio più antico degli uomini stessi.
Rocce scure stese su un manto verde, avvolte da liane e strette da radici, tutto quel che resta di un antico popolo il cui nome è stato dimenticato.
Conan, con la spada già macchiata di sangue, gli occhi che scrutavano nell'oscurità della foresta e i sensi vigili, come una pantera a caccia si muoveva nell'ombra.
Cercava qualsiasi traccia potesse aver lasciato Batius, il farabutto con cui si era imbarcato nell'impresa di trovare l'antico tempio, in cerca di tesori di inestimabile valore.
Dopo aver trascorso settimane insieme, inoltrandosi in luoghi remoti, che il cimmero non aveva mai visto, una volta arrivati nel tempio, Batius, accecato dall'avidità lo aveva stordito con una pietra.
Il cranio del barbaro era ancora chiazzato del sangue che ormai si era rappreso.
Conan non sapeva quale follia avesse indotto il suo amico a tradirlo, quello di cui era sicuro è che non avrebbe mai affrontato un viaggio del genere se non si fosse fidato dell'altro.
Per di più, Batius, aveva anche rapito la loro guida, l'innocente figlia del capo di una tribù locale in cui avevano trovato una mappa che li potesse condurre al tempio.
Le urla della ragazza avevano avvertito gli indigeni che, non sapendo del tradimento di Batius, adesso inseguivano anche Conan e, non fosse stato per l'acciaio della sua spada, lo avrebbero già catturato e sottoposto ai terribili veleni della foresta, pericolosi e infidi quasi quanto il loto nero.
Dopo essersi assicurato che fosse solo, Conan rinfoderò la spada che impugnava, desideroso di riporla nel ventre di Batius.
Ora che poteva ragionare in modo più lucido, non perse tempo a rendersi conto della bellezza delle rovine che lo circondavano.
Grandi massi di roccia nera, simile ad ossidiana ma opachi, uscivano dal verde, e mostravano la loro bellezza: erano lisci e ben lavorati, incisi con caratteri antichi che il cimmero non pensava di aver mai visto prima.
Alcune strutture si reggevano su strani equilibri permettendo di riconoscere  la grande abilità degli scultori.
In fondo a un viale decorato con colonne, sprofondava l'entrata del tempio sotterraneo.
Il cimmero si avvicinò con cautela , senza emettere un rumore, timoroso non solo del traditore ma anche che ci potessero essere antiche trappole, innescate per tenere lontani ospiti indesiderati.
Ogni passo fu pesato con precisione dal cimmero, e scalino dopo scalino si avvicinò finalmente all'entrata.
Non potè fare a meno di notare che il pesante masso che costituiva la porta della galleria, con equilibri perfetti ruotava senza fatica, e si poteva facilmente vedere che qualcuno lo aveva smosso da poco.
Una freccia dagli alberi interruppe i suoi pensieri e, nel momento stesso in cui capì di essere stato raggiunto dai guerrieri della tribù, vide arrivare un paio di guerrieri armati con lance e scure di bronzo.
Il più vicino dei due scagliò la sua lancia in direzione del cimmero, ma il gesto fu troppo lento e Conan, con un agile balzo, riuscì ad evitare il colpo.
Sguainò la spada con un gesto che aveva già fatto innumerevoli volte, pronto a mietere le sue vittime.
Il cimmero si apprestò a combatterli, conscio del fatto che i 2 volevano solo recuperare la loro principessa, ma il suo spirito di sopravvivenza era così forte che nononstante l'equivoco li avrebbe uccisi senza esitare.
Fu raggiunto da un colpo di lancia che lo graffiò leggermente a una spalla, in compenso, il colpo che diede in risposta, dilaniano le carni del suo avversario.
Nel frattempo, il guerriero che aveva scagliato la lancia si avvicinò al cimmero fendendo l'aria con la scure.
I due cominciarono a lottare in modo forsennato, consci del fatto che solo uno sarebbe sopravvissuto.
Improvvisamente Conan, vedendo uno spiraglio nella difesa dell'avversario, lo costrinse a indietreggiare in modo scomposto con un calcio e, caricando con la spada, gli squarciò il ventre con un colpo di punta.
L'avversario cadde con la testa all'indietro da cui già uscivano fiotti di sangue.
Senza nemmeno ripulire la lama il cimmero la rinfoderò sbrigandosi ad entrare nel tempio, conscio del fatto che l'arciere, che aveva cercato di ucciderlo prima, era ancora vivo e, probabilmente, era già andato a chiamare il resto della tribù.
L'interno delle rovine erano oscure, ma non come ci si potrebbe aspettare da un luogo chiuso che non vede la luce del sole da migliaia di anni.
Una sottile luminescenza verde permetteva di vedere i contorni dei muri, il profilo degli scalini e i grotteschi volti delle statue.
Vedendole Conan rabbrividì, pensando alle leggende sugli uomini serpente, abitanti antichi della terra ben prima che gli esseri umani potessero mettervi piede, e ai racconti popolari che li volevano ancora non estinti, riuniti in piccole società segrete, il cui unico scopo era quello di causare il massimo danno alla razza umana e di restaurare i loro antichi imperi.
Dopo molto camminare Conan giunse ad una larga sala circolare la cui particolarità era quella di avere un'apertura circolare che dava verso il cielo, permettendo così alla luce del sole di entrare e di oscurare con il suo baglieore la luce verdognola che lo aveva guidato fino ad allora.
Al centro una pozza di acqua piovana da cui spuntava una grande statua, che disturbò Conan ben più delle altre.
La statua raffigurava infatti una donna alta e forte, dai lunghi capelli sciolti, gli occhi ardenti e la pelle levigata.
La donna era coperta di serpenti, che la cingevano in un abbraccio innaturale e disgustoso.
La perizia con cui erano scolpiti i serpenti era tale, da far pensare a Conan che potessero essere veri e non semplici statue prive di vita.

domenica 3 luglio 2011

Dramma Co(s)mico: Preludio alla corte degli Angeli

L'angelo sulla rupe più alta: " Flegias, Flegias, pallido Flegias, entra nella sala degli Angeli, dove gli arazzi rifulgono di luce Divina e le mura bisbigliano preghiere.
Flegias, signore delle mosche e flagello dell'igiene intima fatti avanti principe delle flautolenze e affronta gli emissari di colui che tutto creò".

L'angelo sulla seconda rupe più alta: "Emh, Signore, non so come dirglielo ma non c'è nessun Flegias qui al nostro cospetto..".

L'angelo sulla rupe più alta: " Aspide e veleno degli angeli, unta carcassa zoppa, teschio verde e ghigno spettrale, ossa tremolanti, fatti avanti e affronta il nostro giudizio!".

Gli angeli, sgomenti per il comportamento del loro signore, si guardano non sapendo cosa fare.
Dopo qualche attimo di silenzio, l'angelo sulla seconda rupe più alta, facendosi coraggio, prende la parola: " Signore... Signore mi scusi.. non so come dirglielo ma qui... bhè non c'è nessun Flegias..".

Folgori azzurre, rosse e verdi e senape si abbattono sull'angelo riducendolo ad un ammasso di carbone.

L'angelo sulla terza rupe più alta: "Presto, avete sentito il capo, fate entrare mastro Flegias!".